Marchionne non lo ferma nessuno
La notizia che Fiat-Chrysler oltre a quotarsi in Borsa a Wall Street ha intenzione di ubicare la sede fiscale del gruppo a Londra, riportata da Bloomberg e dal Wall Street Journal nei giorni scorsi, sembra avere lasciato indifferente il governo italiano, che tace. Solo dopo il cda del 29 gennaio – quando Fiat avrà ormai annunciato le sue intenzioni circa la nuova sede – il ministro dello Sviluppo economico, Flavio Zanonato, incontrerà l’ad Sergio Marchionne.
5 AGO 20

La notizia che Fiat-Chrysler oltre a quotarsi in Borsa a Wall Street ha intenzione di ubicare la sede fiscale del gruppo a Londra, riportata da Bloomberg e dal Wall Street Journal nei giorni scorsi, sembra avere lasciato indifferente il governo italiano, che tace. Solo dopo il cda del 29 gennaio – quando Fiat avrà ormai annunciato le sue intenzioni circa la nuova sede – il ministro dello Sviluppo economico, Flavio Zanonato, incontrerà l’ad Sergio Marchionne. A Torino di Fiat rimarrebbe solo la direzione per l’area europea che rappresenta una quota minoritaria del fatturato complessivo del gruppo. Che il “chief officer transnazionale” Marchionne sposti la direzione generale dal Lingotto all’estero e gli utili (per quanto di competenza) siano tassati fuori dall’Italia non sono fatti di secondaria importanza per la nostra economia e la sua rilevanza nel mondo. Non si tratta di riesumare le concessioni particolari di cui Fiat ha goduto in passato – e che del resto Marchionne ha ripudiato – oppure di escogitare nuove edizioni delle politiche industriali di settore. Si tratta soprattutto di esercitare una moral suasion e di dialogare con il gruppo Fiat per capire quali sono le ragioni che motivano lo spostamento dall’Italia e di ragionare su ciò che, in un quadro di carattere generale, occorre fare per favorire l’insediamento delle multinazionali nel nostro paese (anziché spingere le nostre imprese globali a lasciarlo). Marchionne d’altronde l’aveva detto al Salone dell’auto di Detroit quindici giorni dopo l’annuncio dell’acquisizione di Chrysler: “Capisco che si tratta di una questione difficile per l’Italia, ma una delle migliori cose che il paese può fare per se stesso è adattare le sue aspettative a quello che i mercati globali sono disposti a offrire e chiedersi se può giocare un ruolo nell’aiutare a fare questa transizione”. Sarebbe anche utile domandarsi perché le multinazionali preferiscono andare altrove. Sarà perché Londra è più conveniente di Torino? Lì l’imposta sui profitti delle società è stata abbassata al 24 per cento e non sono tassati i redditi distribuiti a soggetti esteri, come la quota dei proventi del nuovo gruppo che andrebbe alla Exor, la società degli Agnelli. Può anche darsi che la spiegazione del “trasloco” di Fiat stia nel fatto che nel Regno Unito non ci sono responsabilità oggettive di amministratori e azionisti di riferimento per le infrazioni tributarie. O forse è perché Marchionne in cambio della sede in Italia vorrebbe la garanzia di attuare i contratti di lavoro aziendali come a Detroit. E’ un’altra ipotesi. Sapremo presto la posizione ufficiale. Intanto il governo tace e malcomunica le sue operazioni più importanti: la modalità di cessione delle quote di Banca di Italia, la privatizzazione di Poste e di Enav. Ma questo silenzio è segnale di ignavia.